12/01/2012

Bambini e Panico

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 A cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta a Roma


 

 

Secondo Nelless e Barlow (1988)anche i bambini possono manifestare i sintomi tipici del Panico.

Gli attacchi veri e propri però si presentano in modo diverso da ciò che si osserva negli adulti: prevalentemente i bambini raccontano sintomi e meno pensieri relativi al panico perché sono inferiori le loro capacità di elaborazione cognitiva.

Solitamente nei colloqui con lo psicologo i bambini riferiscono maggiori sintomi fisici rispetto a quelli cognitivi in modo particolare palpitazioni, tremori, vampate di caldo o brividi di freddo, mancanza d’aria, sudorazione  confusione.

Il bambino affetto da panico spesso cambia carattere, diventa reattivo e violento, ma è molto importante che impari ad esprimere le proprie emozioni: il pianto è un segnale da non sottovalutare.

Di solito i bambini che soffrono il disturbo di panico sono sensibili, temono il giudizio degli altri e soffrono di intensi sensi di colpa.

I disturbi di panico che si manifestano nei bambini sono in genere provocati da stimoli o situazioni specifiche.

Nei bambini giocano un ruolo importante anche fattori temperamentali: alla base dell’attacco di panico si riscontra spesso un quadro caratterizzato da timidezza e inibizione comportamentale di fronte a situazioni non familiari, frequentemente associato con altre manifestazioni ansiose o depressive.

Secondo Rosenbaum (1997) l’ansia dei genitori costituisce un fattore di rischio per l’esordio di una sindrome ansiosa in bambini particolarmente inibiti.

Il temperamento del bambino costituisce dunque un fattore di vulnerabilità per il panico per la cui manifestazione però devono concorrere anche fattori ambientali.

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Rovetto F., (2003) Panico. Origini, Dinamiche, terapie. Milano,Mc Graw-Hill

26/11/2011

Attacchi di panico: come superarli con la psicoterapia cognitivo-comportamentale

Articolo a cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta a Roma

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Come attestato da diversi studi empirici, attualmente la psicoterapia più efficace per gli attacchi di panico è quella cognitivo-comportamentale. Tale forma di psicoterapia si basa sul presupposto che, durante un attacco di panico, la persona tende ad interpretare alcuni stimoli esterni (es. code nel traffico, luoghi chiusi, luoghi aperti) o interni (es. tachicardia, sensazione di svenimento, confusione mentale) come il segnale di un’imminente catastrofe; tali interpretazioni, spaventando la persona, scatenano l’ansia, con i relativi sintomi mentali e fisici.

Si tratta di una psicoterapia breve in cui il paziente svolge un ruolo attivo nella soluzione del proprio problema e, insieme al terapeuta, si concentra sull’apprendimento di modalità di pensiero e di comportamento più funzionali, nell’intento di spezzare i circoli viziosi del panico.

I sintomi dell’ansia possono essere interpretati come il segnale di un imminente infarto, per cui si possono fare pensieri del tipo “Sto per avere un infarto!”, “Sto per morire!”; in questo modo l’ansia può crescere fino a sfociare in un vero e proprio attacco di panico.

La terapia cognitivo-comportamentale interviene su ognuna delle aree dove agisce il panico: sintomi fisici, pensieri disfunzionali e comportamento.


SINTOMI FISICI: Uno dei primi obiettivi della terapia cognitivo comportamentale sarà aiutare il paziente a capire che gli sgradevoli sintomi fisici che prova durante l’attacco di panico (tachicardia, respirazione affannosa, sudorazione, sbandamento, nausea, disturbi addominali) non sono pericolosi bensì sono solo una conseguenza dell’ansia.: il paziente impara a capire che nulla di quello che si teme quando attua i tipici “pensieri catastrofici” accadrà veramente. Questa consapevolezza aiuta a interrompere il circolo vizioso dell’ansia ed evita un peggioramento delle sensazioni fisiche spiacevoli. Inoltre il terapeuta può insegnare al paziente tecniche mirate (rilassamento, controllo della respirazione, ecc.) grazie alle quali il paziente impara a fronteggiare le spiacevoli sensazioni fisiche dovute al panico.

 

ANALISI DEI PENSIERI DISFUNZIONALI: Al paziente si insegna ad individuare i pensieri disfunzionali legati alle situazioni che causano l’attacco di panico e poi a valutarli con oggettività: sono pensieri realistici o realmente preoccupanti?

Il paziente imparerà gradualmente come l’attacco di panico sia dovuto ad un errore di "interpretazione" delle sue sensazioni, percepite
come dannose. Le convinzione errate che stanno alla base del circuito disfunzionale del panico sono quelle che ci si trovi in pericolo di vita, che si possa perdere il controllo delle proprie azioni o magari impazzire. Quando si giunge a comprendere che queste credenze sono errate, il paziente si tranquillizza e riesce a gestire in modo più funzionale la sintomatologia.

AZIONI E COMPORTAMENTO: Gradualmente si porta il paziente a ridurre le "situazioni" evitate a causa del timore degli attacchi di panico. Si comincerà da quelle più facili, per passare via via a quelle più “paurose”. Il paziente potrà così rendersi conto, direttamente e in prima persona, che esse non costituiscono un pericolo oggettivo per la sua incolumità. Questo è uno dei modi più efficaci per riuscire ad affrontare le proprie paure e riappropriarsi della propria vita.

 

 

 

 

 

 

28/10/2011

Come gestire il panico: le tre leggi da conoscere

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1.  Il panico non è pericoloso

 

2.  Il panico finisce sempre

 

 

3.  L'esposizione alle situazioni che vi spaventano diminuisce l'ansia e l'evitamento l'aumenta

 

 

1. Gli attacchi di panico non sono pericolosi:  In tutta la vasta letteratura sul panico, non è riportato nemmeno un singolo caso di qualcuno che sia morto, diventato pazzo o che abbia perso il controllo duran­te un attacco. Subito dopo, magari, potreste sentirvi stanchi, ma non avrete subìto alcun danno.

 

2. Il panico passa sempre: Basta un po' di tempo perché l'attacco di pani­co finisca. Il panico a un certo punto finisce, sempre, e voi tornate sempre normali. In effetti, per loro stessa natura gli attacchi di panico sono molto brevi. Di per sé durerebbero appena pochi minuti. Se durano di più, signi­fica che state facendo qualcosa che li mantiene. Ciò che fate per mantenerli ha a che fare con il vostro modo di considerare gli attacchi stessi; li inter­pretate come molto più pericolosi di quanto in realtà non siano. In particolare il pensiero "catastrofico" vi porta ad avere attacchi di panico. Essere cata­strofici significa saltare subito alle conclusioni peggiori possibili, senza avere prove sufficienti. La catastrofizzazione è altrimenti detta pensiero "e se..?": "E se fosse un attacco cardiaco?", "E se il panico non finisse mai?", "E se fosse un esaurimento nervoso?", "E se perdo il controllo e mi butto giù dall'alto?", "E se soffoco fino a morire?", "E se cado a terra e faccio una figuraccia terribile?"

 

3. L'esposizione ai sintomi e alle situazioni che temete diminuisce il panico, l'evitamento, al contrario, lo mantiene: L'ansia che provate nel momento in cui uscite da una situazione è più o meno la stessa che provere­te la prossima volta in cui ci entrerete.

Per esempio, mettiamo che abbiate paura dei centri commerciali. Entrate in uno di essi, avete un forte attacco di panico e scappate quando la vostra ansia è al culmine, supponiamo, quando è pari a 80 su una scala da O a 100. La prossima volta che entrerete in un centro commerciale la vostra ansia sarà già a 80, lo stesso livello in cui era quando siete usciti la volta prima.Ora ipotizziamo che al posto di andarvene durante l'attacco di panico, rimaniate all'interno del centro commerciale. Anche se non fate nulla per controllare l'ansia, alla fine diminuirà perché basta un po' di tempo affinché un attacco di panico termini.Se rimanete nello stesso posto finché l'ansia scende, supponiamo intorno a 20 su una scala da O a 100, la prossima volta che andrete in un centro com­merciale essa sarà circa a quota 20. Il suo livello, quando vi allontanate da una situazione, è lo stesso che proverete la volta successiva. Fa eccezione il caso in cui si aspetta molto tempo prima di rientrare nella stessa situazione. Se ricominciate a evitare i centri commerciali, la vostra ansia può lentamen­te crescere nel tempo.

 

Tratto dal testo:

"Trattamento cognitivo-comportamentale della depressione", J.S.Klosko, W.C. Sanderson (cap. 3 Techiche comportamentali per la gestione degli attacchi di panico), Mc Graw Hill, 2001